La versione, un ostacolo alla comprensione dei testi latini e greci
Ragazzo traduce versione di latino o di greco
12 Feb, 2020

Questo articolo in breve:

  • Cos’è la versione di greco o latino
  • Eccessiva dipendenza dal vocabolario
  • Esempio di versione di latino (Sallustio)
  • Problemi della versione: troppa grammatica, poche idee degli antichi
  • Esempio di traduzione di uno studente

Chi ha studiato greco antico o latino al liceo associa subito queste lingue alla “versione”: una decina di righe di Cicerone, Livio o Senofonte da tradurre per un compito a casa o una verifica in classe. Versione significa per lo più passare un paio d’ore a  cercare in modo compulsivo significati sul vocabolario. Per i ragazzi di oggi, come per quelli di un secolo fa, la versione  rimane la prova principe di latino e di greco.

Certe abitudini scolastiche rischiano di essere date per scontate. La versione è quindi percepita come il modo più naturale per imparare, e per verificare, la conoscenza  del latino o del greco . Ma pensateci:  per nessun’altra lingua la parola “traduzione” ha un significato così ridicolo: ve lo immaginate un corso di inglese di alcune centinaia di ore (tante sono dedicate al latino e al greco nei licei) che abbia come obiettivo finale una “versione” di Oscar Wilde? Intere classi di studenti intenti a sfogliare il vocabolario, con la preoccupazione di arrivare alla fine in qualsiasi modo, di non lasciare “buchi”, di trovare qualche frase già tradotta sul dizionario. Ecco, se la “traduzione” fosse questa, gli studenti avrebbero per l’inglese gli stessi malumori che nutrono oggi per il latino e il greco.  

Tanto più che il vocabolario è uno strumento che pochi insegnanti insegnano davvero a usare. Peccato che in qualsiasi altra lingua l’obiettivo sia arrivare a comprendere facendo a meno del vocabolario, o ricorrendovi in casi sporadici e in modo mirato, per confermare o cambiare un significato che abbiamo intuito. Peccato che nessun editore ormai investa più in vocabolari, perché c’è Google.

Il problema è proprio la versione

Il risultato di versioni e traduzioni fatte in questo modo è spesso una pioggia di insufficienze. Ora, sapete qual è la spiegazione data dagli insegnanti? Semplice: i ragazzi non studiano la grammatica, copiano i compiti dalla rete o dai compagni più bravi, si buttano a caso sul vocabolario.

Tutto vero. Se però la stragrande maggioranza degli studenti affronta il latino e il greco con tanto disamore, e subisce ogni traduzione come una vigna la grandine, forse il problema è la prova in sé. Ignorare le idee degli antichi, rassegnarsi ai brutti voti, usare il vocabolario a casaccio è la reazione a una richiesta che ormai, per gli studenti, non ha più senso.

Un esempio di versione dal latino

Chi è fuori dalla scuola può avere difficoltà a figurarsi la situazione. Ma facciamo un esempio pratico, tratto da una classe di liceo scientifico. L’insegnante ha passato l’ultimo mese e mezzo a spiegare opere, stile e idee di Sallustio, storico e politico latino del I secolo a.C. Ha fatto tradurre dei brani di quell’autore, li ha corretti insieme agli studenti. È molto bravo, ma ha ereditato una classe non sua e quel metodo regola-eccezioni-frasette-versione in cui non crede più da tempo.

È inevitabile ora verificare le conoscenze degli allievi attraverso una versione. L’insegnante sceglie allora un passo della Guerra contro Giugurta, Bellum Iugurthinum, opera in cui Sallustio raccontò la guerra di Roma appunto contro Giugurta, re della Numidia (grosso modo la regione settentrionale dell’Algeria). Vi riporto qui sotto il testo preparato dall’insegnante. . Più che al latino, fate caso a come sono stati disposti i contenuti:

La lettera di Scipione al re Micipsa, piena di elogi rivolti al giovane nipote Giugurta, spinge il re Numida a riconoscerlo come erede al pari dei suoi due figli, Aderbale e lempsale.

Giugurta aveva militato per volontà di Massinissa nell’esercito romano impegnato nell’assedio di Numanzia sotto il comando di P. Cornelio Scipione Emiliano, che aveva molto apprezzato il suo valore guerriero e il suo carattere indomito. Prima di rimandarlo dal re Micipsa, Scipione aveva ammonito il giovane Giugurta a non farsi corrompere dall’oro di coloro che avrebbero tentato di trarlo dalla loro parte e ad ottenere piuttosto la fama e il regno con le sue qualità.

Sic locutus cum litteris eum, quas Micipsae redderet, dimisit. Earum sententia haec erat: "Iugurthae tui in bello Numantino longe maxima virtus fuit, quam rem tibi certo scio gaudio esse. Nobis ob merita sua carus est; ut idem senatui et populo Romano sit, summa ope nitemur. Tibi quidem pro nostra amicitia gratulor. Habes virum dignum te atque avo suo Masinissa". Igitur rex, ubi ea quae fama acceperat ex litteris imperatoris ita esse cognovit, cum virtute tum gratia viri permotus flexit animum suum et Iugurtham beneficiis vincere aggressus est statimque eum adoptavit et testamento pariter cum filiis heredem instituit.

Sed ipse paucos post annos morbo atque aetate confectus cum sibi finem vitae adesse intellegeret, coram amicis et cognatis itemque Adherbale et Hiempsale filiis dicitur huiusce modi verba cum Iugurtha habuisse:

Micipsa morente ricorda a Giugurta di averlo adottato e trattato da figlio e lo ammonisce a restare unito ai suoi fratelli adottivi e governare con loro in armonia.

Prima un titolo lunghissimo, in italiano, riassume il passo latino; un’introduzione, sempre in italiano e fitta fitta, ne dà il contesto. Finalmente Sallustio: poche righe. Vero, dopo segue un altro breve passo : ma sono le cosiddette “righe facoltative”, che gli studenti non sono obbligati a tradurre e che perciò tutti ignorano. Infine, una riga e mezzo in italiano riassume il seguito del brano.

Contiamo le parole del documento. In italiano: 127. In latino: 125, ma siccome nessuno toccherà le 31 facoltative, in realtà solo 94. Qui si vede tutto lo sforzo fatto dall’insegnante per  evitare che il testo di Sallustio sembrasse “piovuto dal cielo”. Insomma, due ore per tradurre 94 parole, con il supporto di riassunti, contesti e lavoro  in classe; e questo dopo anni di studio del latino. Per il docente è una sorta di umiliazione. Qualcosa non va nel metodo, e sarebbe stupido nasconderlo.

Molta grammatica, poco Sallustio

Su questa prova possiamo aggiungere qualcos’altro. Come “versione” è in effetti ottima: in poche righe si susseguono parecchi costrutti grammaticali, molti dei quali tipici di Sallustio (chi ha studiato latino avrà delle reminiscenze!): participio congiunto, relativa impropria, dativi come se piovesse, infinitiva, ut completivo, ubi per cum, la coppia di correlativi cum… tum.

Tuttavia la nostra versione  è anche un brano composto duemila anni fa da uno storico, che diede un sintetico, eccezionale ritratto di Giugurta. Il generale numida, dapprima ammirato dai Romani, divenne poi un pericolo per l’Urbe, che fu costretta a intervenire in Africa. Se avete la possibilità, leggete in traduzione i capitoli 5-12 della Guerra contro Giugurta. In tre paginette gusterete il ritratto di Giugurta, la sua doppiezza e ambizione, la sua ferocia machiavellica.

Quanto di tutto ciò si assapora in 94 parole?

La ricerca ostinata di senso nella versione

Prima di concludere il discorso, voglio soffermarmi sulla traduzione del brano in questione. Al centro del testo c’è una lettera di Publio Cornelio Scipione Emiliano. Costui era il generale romano che nel 134-133 a.C. si lanciò nell’assedio della città di Numanzia, in Spagna. Le truppe romane potevano contare sull’appoggio di un contingente della Numidia, allora alleata di Roma. A capo di quel gruppo c’era appunto Giugurta, inviato a combattere da suo zio Micipsa, l’allora re della Numidia. Ecco il testo di Sallustio:

Avendo così parlato, Scipione congedò Giugurta con delle lettere da consegnare a Micipsa. Questo era il loro contenuto: «Nella guerra di Numanzia il tuo Giugurta ha dimostrato un valore davvero straordinario, e sono certo che la cosa ti farà piacere. Egli mi è caro per i suoi meriti: farò di tutto perché lo sia anche al senato e al popolo romano. Mi congratulo con te per la nostra amicizia. Hai un uomo degno di te e del tuo avo Massinissa».

Questa è la traduzione “corretta”. Ora voglio sottoporvi la traduzione di uno studente. Il suo livello non è molto peggiore di quello di tanti suoi compagni che rimediano ai sistematici 4½ delle versioni con i 7 nelle interrogazioni di letteratura. . Ecco, dopo due ore di fatica, come ha tradotto il testo:

Così parlò Scipione, quando con una lettera liberò Giugurta e lo restituì a Micipsa. Questo era il suo pensiero: «Il tuo Giugurta, nella guerra di Numanzia, sapendo che la situazione fosse piacevole di certo, fu comunque fortemente al massimo grado di virtù. Per questi suoi meriti è a noi molto caro; ed allo stesso modo a lui si appoggiarono il senato e il popolo Romano per una grande assistenza».

Non è mio obiettivo soffermarmi sugli errori di grammatica, di sintassi o di lessico. Vi chiedo invece di leggere la traduzione come un testo indipendente dall’originale latino (dopo tutto, è proprio questo che si richiede ai giovani con la “versione”): vi renderete conto che lo studente si è tenacemente sforzato di dare un senso a ciò che scriveva. Nonostante la massima demotivazione, dopo una ventina di prove andate male o malissimo, dopo due o tre estati con il debito in latino, non ha rinunciato a credere che una versione abbia un significato. E che il suo compito sia trovarlo ed esprimerlo, quel significato.

Qui c’è una speranza, è chiaro. Con questo metodo e questo tipo di prove, però, è chiara anche un’altra cosa: povero prof, povero Sallustio e poveri studenti.

Profile of Narno Pinotti
Narno Pinotti Dottore di ricerca in Storia e civiltà dei Greci Docente dei seguenti corsi su Athena Nova: Corso di greco antico per principianti (P1)
Corso di greco antico per principianti (P2)
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Commenti (13)

Profile of Enrico Tanca
Enrico Tanca
"Spinto da Giulio, lessi allora anche le Opere e i giorni di Esiodo, e ancora una volta mi dispiacque di non poter accedere con facilità all'originale. Eppure eran cinque anni che studiavo greco antico. Né potevo dire d'aver avuto in sorte cattivi maestri [...]. Certo, io non ero mai stato un discepolo modello, tanto da aver avuto bisogno del sostegno di più d'un insegnante privato [...]. Il mio problema era quello di centinaia di studenti del liceo classico. Mio, come di quasi tutti i miei compagni. Conoscevamo abbastanza bene la morfologia delle due lingue antiche, e discretamente la sintassi, specialmente quella latina; eppure dinanzi a qualunque testo, fosse pure il più semplice del mondo, dovevamo sudar sette camicie e compulsare freneticamente i nostri lessici tormentati per cavar fuori un almanaccata e lambiccata decifrazione del senso complessivo del branetto che ci era stato proposto, finendo spesso col fraintenderne punti fondamentali." (L. Miraglia, Athénaze, vol. I, Guida per gli insegnanti, 1999)
24/02/20 - 10:28
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Enrico Tanca
«La grammatica greca, morfologia e sintassi, è in sé quanto mai difficile, ed è varia per giunta secondo i dialetti e le età. Ma che ai ragazzi riesce con un po’ di buona voglia, loro e dei maestri, d’imparar la grammatica, che la difficoltà seria consiste unicamente nelle parole, riconoscerà facilmente chiunque abbia assistito a un esame scritto di greco: non c’è quasi nessuno che non cominci a lavorare, cercando nel dizionario ogni parola del testo, non escluse le preposizioni e le congiunzioni, e appuntando intorno a ciascuna, a raggiera, tutti i principali significati che può avere, e non continui, combinando in tentativi successivi un significato della prima parola con uno della seconda, uno della terza e così via, finché non ne esca fuori prima una proposizione e poi un periodo purchessia. Si calcoli per una serie di certa lunghezza quante siano le probabilità di cogliere nel segno con tale metodo, e si troverà che sono pochine! [...] A superare questo punto morto, quest’ignoranza di lingua che può talvolta ammantarsi d’irreprensibile sapienza morfologica, vale la pena di escogitare un mezzo efficace, anche quand’esso debba andar contro la “tradizione” (parola cara agl’imbecilli, ai quali risparmia la fatica di pensare).» (G. Pasquali, Paradossi didattici, in Pégaso, Anno II, n° 7, 1930, p. 95)
24/02/20 - 10:38
Profile of Enrico Tanca
Enrico Tanca
“La mia esperienza […] nel […] Lettorato di Greco rivolto […] a studenti privi di conoscenze pregresse, insegna che chi è effettivamente motivato […] {raggiunge} un livello medio di comprensione e di traduzione più alto di chi ha frequentato cinque anni di liceo classico. […] Nella valutazione un di tale risultato un peso preponderante va […] assegnato […] al diverso tipo di approccio […]. Lo studio ginnasiale […] produce studenti sempre più saturi di minute nozioni teoriche di morfologia, ma assolutamente sprovveduti a comprendere anche un testo elementare, […]. È spesso difficile convincere della necessità di un cambio di metodo. L’insegnante considera generalmente meno ostico riproporre il percorso con cui egli ha appreso la lingua, senza che si chieda se eventuali cambiamenti risultino difficoltosi per sé o per gli allievi. […] Difficili per chi? Dopo una serena analisi si arriva a concludere che le difficoltà sono più che altro dei […] docenti che vedono […] scardinati i loro modelli di apprendimento […]. Voglio […] spendere ancora qualche parola sull’utilità dell’apprendimento del lessico. […] i professori di lettere classiche dedicano poco spazio allo studio della semantica. […] In tal modo lo studio del lessico […] {viene} relegato in qualche momento finale […] e gli studenti sono costretti […] a studiare lunghi elenchi di parole senza alcun legame tra loro. […] urge una nuova didattica del greco sia nei metodi che nei contenuti. Va soprattutto abbandonato l’ipergrammaticalismo […], come se la grammatica […] garantisse da sola la conoscenza del latino e del greco. […] Accanto all’ipergrammaticalismo l’altro grande male […] va riscontrato nella richiesta precoce della traduzione. Non interessa cosa si propina agli studenti, l’importante è che traducano […]. Perché poi tutta quest’ansia di tradurre? La traduzione è una delle competenze più complesse, è un punto di arrivo, non di partenza, non può ragionevolmente essere richiesta nei primi approcci alle lingue classiche”. (F. Roscalla, Arche Megiste, ETS Pisa 2009)
24/02/20 - 11:12
nicola volpe
Condivido lo spirito e la lettera di questo articolo. Purtroppo, la pigrizia mentale, una certa "idea" del latino (che dovrebbe insegnare a ragionare) e una proposta editoriale che vorrebbe mettersi al passo coi tempi, ma che propone la solita minestra riscaldata, di fatto creano i presupposti perché il latino e il greco vivano di vita stentata. Con i risultati, assai deludenti, ben descritti da questo articolo.
28/08/20 - 19:37
GIANLUCA PALOMBA
Non condivido per niente i contenuti dell'articolo. Le specificità grammaticali e sintattiche del latino e del greco, consentono quella scoperta, immersiva, razionale e scientifica, sul piano letterario, che si chiama versione. Molte lingue vive, come l'inglese, non offrono le sfumature di significati e di costruzioni che offrono il latino e il greco, che per questi motivi, consentono un esercizio linguistico che mette a prova la mente alla pari della matematica. Tra l'altro, si studiano le lingue vive a scopi pratici, per scriverle e parlarle e farne versioni non sarebbe di utilità. Il problema vero è che molti insegnanti non sanno insegnare come si fa una buona versione, forse perchè neppure loro la sanno fare.
28/08/20 - 19:51
Profile of Narno Pinotti
Narno Pinotti
Gentile Gianluca, a quali specificità pensa? Qualche esempio mi aiuterebbe a replicare meglio. Il latino e il greco che noi leggiamo è una piccola frazione di quello altamente formalizzato che fu usato per la scrittura cólta; se paragoniamo questo patrimonio alla poesia, alla filosofia o al romanzo inglesi, tedeschi, francesi (per non dire di altre lingue), la gerarchia di sfumature e ricchezze che lei fa si rivela subito insostenibile: è chiaro a qualsiasi studioso o appassionato che ciascuna lingua ha le sue sfumature. E non solo di senso e costruzioni, ma anche di suono e intonazione: di queste ultime, per il latino e il greco, sappiamo poco e possiamo riprodurre pochissimo. (Peraltro nelle scuole si tenta d'insegnare solo il dialetto attico cólto del V secolo e il latino del I secolo a.C., per la buona ragione che quasi tutto ci è ignoto delle altre varianti, e per quella meno buona che il nostro canone, arbitrario come tutti i canoni, ignora secoli di letteratura successiva.) Inoltre, la sua distinzione fra lingue "vive" e "morte" è rifiutata da tutta la linguistica, che conosce solo lingue storiche. Ancora: l'unico scopo di una lingua è comunicare, e tutti gli strumenti e le pratiche utili a ciò vanno bene: ascoltare, leggere, parlare, scrivere inglese serve anche a gustare Shakespeare o Franzen in maniera il più possibile immersiva e immediata, mentre dover compulsare un vocabolario per capire un sonetto o un paragrafo non è una cosa né immersiva né immediata, e perciò neppure razionale, se non altro per l'assurdo rapporto tra fatica e beneficio. Quando un insegnante ha "fatto" Tucidide, i suoi studenti ne avranno "fatto" poche righe in lingua originale, nessuna con accettabile autonomia, e senza aver capito e sviluppato nel testo una sola delle sue idee: tant'è vero che, messi davanti a una dozzina di righe, 18 su 20 annasperanno per due ore. Gran risultato! Chissà perché né Petrarca né Erasmo né Ficino né Leopardi né Pascoli ci hanno mai lasciato indizio di aver imparato a dominare perfettamente il latino o il greco con delle versioni. Tradurre è di certo un esercizio di finezza e intelligenza, ma è adatto a una certa età, a certi scopi e a certi contesti, che non sono utili né pertinenti all'ambiente del liceo. Non le viene il dubbio che una pratica ostica persino a molti insegnanti potrebbe non essere una pratica sensata? Infine, sono abbastanza sicuro che la virgola fra soggetto e verbo sia una specificità dell'italiano solo in frasi marcate o segmentate: ma non è il caso del suo commento.
28/08/20 - 20:41
Andrea Del Ponte
Verissimo. Gli autentici competenti in greco e latino sono rari. Per lo più trovi dei mestieranti approssimativi.
29/08/20 - 15:55
Andrea Del Ponte
E dunque? Facile sostenere la pars destruens, difficile e faticoso organizzare una pars construens sensata, che mantenga intatto l'alto valore della conoscenza del latino.
29/08/20 - 15:52
Profile of Narno Pinotti
Narno Pinotti
Gentile Andrea, «il problema non sta nelle idee nuove, ma nel liberarsi delle idee vecchie» (John Maynard Keynes). Su Athena Nova e in rete potrà trovare traccia di quello che ormai molti professionisti insegnano, scrivono e fanno per promuovere una conoscenza approfondita, rigorosa e rinnovata del latino. È certamente faticoso, ma i maestri che ho avuto e il loro esempio mi hanno dato e mi danno ancora un grande aiuto. Mi permetto di consigliarle quest'intervista, a cui molti illustri esperti hanno contribuito: https://radicidigitali.eu/2020/04/17/insegnando-si-impara-il-metodo-orberg-e-la-didattica-del-latino/ Buona lettura e grazie del suo commento!
29/08/20 - 16:13
Camillo Nardini
Una buona spallata a metodi didattici che restano archeologici. Per carità, W lo studio della grammatica e della sintassi. Ma in altre forme e per altri scopi. Mi riservo di scrivere qualcosa appena ho tempo. Camillo Nardini past prof e fondatore dei "Ludi Latini a Senigallia" 3382329903
29/08/20 - 22:40
Maurizio Pistone
chi oggi studia le lingue classiche lo fa per leggere gli autori classici. È ovvio che si devono usare metodi di insegnamento diversi da quelli usati per le lingue contemporanee. Naturalmente anche in questo campo si deve avere una mentalità elastica e moderna ecc. ma qui non mi dilungo. Per farla breve, passo direttamente all'ultimo punto. Il vocabolario SERVE, non solo quando si studiano le lingue classiche. Serve in tutte le lingue. Anche qui passo all'ultimo sottopunto: il primo vocabolario che qualunque italiano, dai dodici ai centoventi anni dovrebbe consultare frequentemente, è il vocabolario di italiano. Chi non lo fa, prima o poi, si vede. Si vede molto bene.
01/09/20 - 13:28
Profile of Narno Pinotti
Narno Pinotti
Gentile Maurizio, grazie delle sue osservazioni. Il primo assunto invero non mi sembra così ovvio: leggere i classici significa dominare la lingua, e tutte le lingue si dominano usandole, quindi ascoltando, leggendo, parlando e scrivendo. Nel caso del latino e del greco è comprensibile che ad es. il leggere e l'ascoltare prevalgano, ma parlare e scrivere devono comunque avere uno spazio. Quanto al vocabolario, certo che serve: il punto è come, quanto, per che scopi, con che guida.
01/09/20 - 15:10
Agostino Casu
Non lasciateci sulle spine! Lo studente responsabile di quell'imperdonabile affronto, più che ai totem Relativa Impropria e Participio Congiunto, all'italiano basic e alla logica basic, lo avete sbattuto fuori una buona volta? Per favore, fateci sognare: scoprì ben presto una sua "competenza e abilità" a condurre il trattore, e si allontanò felice nel suo campo di patate, distanziamento massimo, rischio infettivo zero, aria pura, visse felice e contento, baciato dal sole, in attesa della nomina a DSGA.
03/09/20 - 05:39