Lineare B: così Michael Ventris decifrò la scrittura micenea
Tavoletta in lineare B con foto di Michael Ventris
22 Lug, 2022

L’1 giugno 1952 l’architetto inglese Michale Ventris, appena trentenne, pubblicò una breve nota dal titolo "Le tavolette di Cnosso e di Pilo sono scritte in greco?" Quella data segnò l’inizio della comprensione di una scrittura fino ad allora oscura, attestata su migliaia di tavolette di argilla rinvenute nei palazzi micenei. La data della decifrazione non era casuale: Ventris aveva partecipato alla seconda guerra mondiale, durante la quale aveva appreso il calcolo statistico proprio della crittografia, che poi applicò con successo alla lineare B. Decisivi furono anche un confronto con il sillabario cipriota classico e i contributi di un’altra studiosa, Alice Kober, che avevano già fatto comprendere come la lingua celata dalla lineare B avesse delle declinazioni, sul modello del greco, del latino e delle altre lingue indoeuropee.

Cos’è la “lineare B”

La Lineare B fu la scrittura usata dai Micenei per trascrivere la lingua greca nel II millennio a.C., alcuni secoli prima dell’introduzione dell’alfabeto. Quella scrittura si diffuse in Grecia tra il 1400 e il 1200 a.C. circa e fu utilizzata principalmente per scopi amministrativi, incisa su tavolette di argilla. La maggior parte di questi documenti provengono dai principali siti micenei (Micene, Tirinto, Pilo, Tebe, Agios Vasilios, Cnosso, Chania).

Le prime tavolette in Lineare B furono scoperte nel 1900, ma ci vollero circa cinquant’anni per giungere a leggerne il contenuto. Infatti fu nel 1952 che l’architetto inglese Michael Ventris annunciò di aver decifrato la scrittura micenea e di aver constatato che essa celava la lingua greca. Il percorso di decifrazione non fu semplice e coinvolse diversi studiosi e studiose, come vedremo.

L’incontro tra Arthur Evans e Michael Ventris

Nel 1936 un giovane quattordicenne, Michael Ventris, incontrò a Londra un anziano e distinto archeologo, Sir Arthur Evans, e da questo apprese che a Creta era stata scoperta una scrittura misteriosa. Evans infatti aveva rinvenuto dei testi scritti con caratteri non ancora noti nei suoi scavi di Cnosso, vicino all’odierna Heraklion, dove sorgeva uno tra i più importanti palazzi minoico-micenei dell’isola di Creta, risalente al II millennio a.C.

“Galeotto fu” quell’incontro!

Da quel momento Ventris si appassionò all’antica civiltà dell’isola di Creta e alla sua misteriosa scrittura. Nonostante ciò, si laureò in architettura e per la sua breve vita (morì nel 1956 a soli trentaquattro anni) condusse la professione di architetto. Tuttavia non abbandonò mai l’interesse per la “scrittura minoica”, ravvivato dai ferventi tentativi di decifrazione che caratterizzarono la prima metà del Novecento.

Ma come arrivò Ventris a decifrare la Lineare B? Per capirlo è necessario inserire l’opera di questo personaggio nel contesto dei primi studi sulla civiltà minoico-micenea.

La scoperta di tre scritture ignote a Creta

Tutto cominciò con tre scoperte fondamentali tra la fine dell’Ottocento e il 1900: Troia, Micene e Cnosso. Nella seconda metà del 1800 l’imprenditore tedesco Heinrich Schliemann, sulle tracce di Omero, intraprese dapprima una missione archeologica in Turchia, alla ricerca di Troia, poi un’altra nel Peloponneso, dove scoprì e scavò la cittadella di Micene.

Tali scoperte diedero impulso alla successiva missione dell’archeologo inglese Sir Arthur Evans a Creta, presso le rovine del palazzo di Cnosso. Il sito fu collegato al mito del re cretese Minosse e del minotauro e dunque ricondotto alla cosiddetta civiltà “minoica”. Tra i materiali che Evans portò alla luce ci furono oggetti d’argilla piatti e di forma rettangolare, vere e proprie tavolette, che riportavano sulla superficie incisioni di simboli sconosciuti.

Evans si rese conto che poteva trattarsi di scrittura e notò differenze tra i segni, che attribuì a tre scritture diverse. Una fu definita “geroglifico cretese” per la solo apparente somiglianza con il geroglifico egiziano. Le altre due, simili tra loro, erano caratterizzate da segni più geometrici e lineari, per cui furono definite “lineari”, A e B. La prima fu associata alla fase più antica del II millennio a.C., definita minoica, la seconda al periodo più recente, definito miceneo alla luce della precedente scoperta del sito di Micene.

Ma quali lingue si celavano dietro quelle scritture misteriose?

Le osservazioni di Evans

I primi tentativi di decifrazione di queste scritture cominciarono già con Evans. Egli, osservandone i segni, capì che si doveva trattare di scritture “logo-sillabiche”, ovvero di sistemi molto diversi dalle scritture alfabetiche, nelle quali ogni simbolo corrisponde grosso modo ad un suono.

Nelle scritture cretesi erano infatti presenti dei logogrammi, cioè segni che rappresentavano elementi della realtà (animali, schiavi, vasi, ecc.) e dei sillabogrammi, cioè dei segni impiegati per trascrivere delle sillabe. In particolare Evans ipotizzò che i sillabogrammi della lineare B corrispondessero a sillabe del tipo consonante-vocale (sillabe “aperte”), come per esempio PA, PE, PI, PO, PU, etc. Infine, sulle tavolette si potevano individuare chiaramente dei metrogrammi e degli aritmogrammi, che rappresentavano unità di misura e numeri.

In questo modo, fu possibile cominciare a capire il contenuto delle iscrizioni, che si rivelarono essere elenchi di persone, animali, prodotti vegetali e oggetti vari.

Evans osservò anche un fatto insolito: il logogramma che rappresentava la testa di un cavallo ricorreva spesso in associazione ad una parola di due sillabe; ora, nel greco classico, esisteva proprio una parola di due sillabe che significava “puledro”: pòlos (πῶλος). Si trattava solo di una coincidenza?

Similmente nel 1927 un altro studioso, Cowley, notò che i logogrammi che rappresentavano l’uomo e la donna erano spesso associati a due coppie di sillabogrammi che potevano corrispondere alle parole del lessico greco classico kùros e kùre (κοῦρος e κούρη), “ragazzo” e “ragazza”.

Greco, pelasgico o  etrusco? le prime ipotesi

Tuttavia, i valori fonetici dei sillabogrammi della Lineare B rimanevano complessivamente oscuri e, nonostante gli indizi che la “lingua egea” espressa da questi segni potesse essere greco, le proposte di interpretazione furono varie e diverse. Che si trattasse di una lingua pre-ellenica definita “pelasgico”? O di un dialetto egeo-asiatico legato all’Ittita? Oppure di un idioma non indoeuropeo come una lingua semitica, l’Egiziano o il Sumerico? O, perché no, della lingua etrusca?

Quest’ultima ipotesi fu quella che colpì maggiormente Ventris, il quale la sostenne in un primo articolo nel 1940 e non la abbandonò fino all’annuncio della decifrazione della lineare B nel 1952.

Nel frattempo, altre tavolette cominciarono a venire alla luce, questa volta dal palazzo di Pilo, nella regione greca della Messenia, nel Peloponneso, e si riconobbe subito la somiglianza con una delle due scritture lineari attestate a Cnosso, la Lineare B, che metteva in relazione le due aree geografiche. Tuttavia, l’idea che questa scrittura potesse rendere la lingua greca rimaneva ancora marginale.

I terzetti della Kober

Negli stessi anni, grazie all’attenta analisi e all’approccio logico-deduttivo della studiosa Alice Kober, si scoprì che la lingua resa dalla Lineare B era flessiva, cioè esprimeva i valori grammaticali delle parole (per es. maschile o femminile, singolare o plurale) cambiando le desinenze finali delle stesse parole. Dunque, poteva trattarsi di una lingua indoeuropea, visto che proprio la famiglia delle lingue indoeuropee è caratterizzata da flessioni nominali (declinazioni).

La Kober identificò questa caratteristica notando che nelle tavolette alcune parole si ripetevano quasi uguali, tranne che per il segno finale. Questi termini avrebbero dunque avuto la stessa radice, ma diversa desinenza, sul modello delle declinazioni dei sostantivi nel greco classico o nel latino. La Kober raggruppò le parole simili in gruppi di tre, che vennero definiti triplette o terzetti. Un termine sarebbe stato quello base e gli altri due i derivati, creati aggiungendo un sillabogramma diverso, forse per esprimere i generi maschile e femminile e/o i numeri singolare e plurale.

Infine, un’ultima ipotesi: se il miceneo fosse stata una lingua simile per struttura al greco e al latino, nella sillaba finale dei terzetti, che come tutte le altre sillabe della lineare B doveva esprimere un gruppo consonante-vocale, bisognava attendersi che la consonante rimanesse sempre la stessa e che la vocale finale variasse. Per avere un’idea, si può pensare alle sillabe finali delle parole italiane car-ro e car-ri, in cui ricorre la stessa consonante (r) e cambia la vocale (o/i).

La Kober non lo sapeva ancora, e non lo avrebbe mai saputo a causa della sua morte prematura, ma aveva ragione. Le sue triplette erano nomi di luogo e corrispondenti etnici maschile e femminile. Sempre per farsi un’idea, si può pensare a Pisapisani - pisane.

Ventris: la scoperta delle vocali e il confronto con il sillabario cipriota

Grazie a questo lavoro e alla scoperta di nuove tavolette, dal 1950 Ventris cominciò a lavorare più intensamente alla decifrazione della Lineare B e descrisse tutti gli avanzamenti della ricerca in 20 Note di lavoro (Work Notes), che pubblicò tra il 1950 e il 1952.

Per definire il valore dei sillabogrammi, egli applicò il metodo statistico proprio della crittografia che aveva appreso durante la partecipazione al secondo conflitto mondiale. Innanzitutto, creò una tabella a doppia entrata in cui inserì i segni combinando vocali (valori orizzontali) e consonanti (valori verticali). Per esempio, sulla base della posizione dei segni nella parola fu in grado di individuare quelli che rappresentavano solo il valore vocalico (A, E, I, O, U). Infatti, sebbene la stragrande maggioranza dei segni sillabici doveva corrispondere a gruppi consonante-vocale, bisognava presupporre anche poche ma importanti sillabe costituite da sole vocali.   

Per i segni consonantici (PA, PE, PI, PO, PU, etc.) il lavoro fu più complesso. Un aiuto venne dal confronto con il cipriota classico, una scrittura sillabica usata sull’isola di Cipro nel I millennio a.C. per esprimere anche la lingua greca e di cui si conoscevano i valori fonetici dei segni. Infatti, la lineare B e il cipriota classico avevano 7 segni in comune: troppo pochi per permettere la precoce decifrazione della lineare B, ma sufficienti per dare un forte aiuto all’indagine statistica di Ventris.

L’annuncio della decifrazione

Al termine del suo lavoro, l’1 giugno del 1952 Ventris pubblicò la ventesima ed ultima Work Note intitolata Le tavolette di Cnosso e di Pilo sono scritte in greco? (Are the Knossos and Pylos Tablets written in Greek?), dichiarando di aver decifrato la Lineare B e di aver riconosciuto che, “suo malgrado”, si trattava di greco, invece che di etrusco, come sperava.

Un mese dopo cominciò un’intensa corrispondenza e collaborazione con John Chadwick, linguista e filologo inglese e professore all’Università di Cambridge. Grazie al suo contributo, fu possibile verificare la corrispondenza tra le parole scritte in Lineare B e il lessico greco classico.

La definitiva conferma dell’avvenuta decifrazione giunse un anno più tardi, quando nel maggio del 1953 Ventris ricevette una lettera da Carl Blegen, l’archeologo americano che scavava il palazzo di Pilo. Quest’ultimo informava l’architetto di aver trovato una tavoletta che confermava inequivocabilmente la sua scoperta. Infatti, il testo riguardava vasi di vario tipo, rappresentati con logogrammi molto dettagliati. Tra questi c’erano dei tripodi, vasi con un sostegno a tre piedi, preceduti dai termini ti-ri-po e ti-ri-po-de, se letti secondo i valori fonetici individuati da Ventris. Il primo era associato a un vaso, dunque sarebbe stato alla forma singolare, il secondo a due vasi, pertanto al plurale. La corrispondenza con il lessico greco classico era estremamente evidente: ti-ri-po sarebbe stato usato per il nominativo singolare (τρίπους, trìpous, in greco classico) e ti-ri-po-de per il nominativo plurale (τρίποδες,, trìpodes, in greco classico). Il termine τρίπους (trìpous) in greco indicava proprio la forma vascolare del tripode! La decifrazione della Lineare B era ormai pressocché compiuta.

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