Lo yoga come liberazione dal ciclo delle rinascite
bhagadavita
31 Mag, 2023

La  Bhagavadgītā (il “canto del Beato”) è una sezione della Mahābhārata, importante poema epico dell’India antica. In essa Kṛṣṇa scende nel mondo per sconfiggere l’ingiustizia (adharma) e trasmettere i suoi insegnamenti, che mirano all'ottenimento della liberazione dal ciclo delle rinascite (mokṣa) tramite lo yoga; Kṛṣṇa stesso, infatti, ci dice che lo yoga "è lo scioglimento dell'unione con la sofferenza". Il Mahābhārata ha avuto grandissima diffusione non solo nel sud e sudest asiatico ma anche in occidente, proprio perché la Bhagavadgītā è divenuta un testo fondamentale per lo studio dello yoga.

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Come ogni epica che si rispetti, anche quella indiana – i cui testi più rappresentativi sono indubbiamente il Rāmāyaṇa e dal Mahābhārata, composti indicativamente tra il 400 a.C. e il 400 d.C. – contiene sia elementi di intrattenimento, lunghe narrazioni di miti e storie avventurose, che elementi di educazione etica e morale. In particolare, l’obiettivo di queste forme testuali nell’India classica è quello di fornire un’educazione religiosa a chi facesse parte della casta più bassa, quella degli śūdra, e alle donne. A entrambe queste categorie sociali, infatti, era severamente proibito l'ascolto o la lettura dei quattro Veda.

L’epica e i puruṣārtha

Le storie raccontate da questi testi ruotano attorno ai quattro puruṣārtha, ossia gli obiettivi fondamentali nella vita di un essere umano: dharma (questo termine, come molti altri termini della tradizione filosofico-culturale dell’India classica, ha svariati significati e risulta di difficile traduzione; per semplicità, consideriamolo nel suo significato di “giustizia” o “legge”), artha (il guadagno e l’arricchimento, da intendersi come gli obiettivi lavorativi), kāma (amore erotico, da intendersi come funzionale alla creazione di una famiglia e alla continuazione della stirpe), e mokṣa (liberazione dal ciclo della rinascite).

Benché le storie narrate nel Rāmāyaṇa e nel Mahābhārata siano radicalmente diverse, quello che viene presentato è, in entrambi i casi, un quadro di crisi: i sovrani non si comportano come sovrani e, di conseguenza, il dharma viene costantemente messo in discussione e rinegoziato. Tuttavia, mentre il Rāmāyaṇa non ragiona molto sul mokṣa, il Mahābhārata fa di questo tema uno dei suoi argomenti principali, connettendolo intrinsecamente al dharma.

Yoga come dharma e strumento di mokṣa

Il mokṣa viene menzionato molto frequentemente nel Mahābhārata, come avviene per esempio nella sezione finale del dodicesimo libro, chiamato Mokṣadharma (appunto, “sulle regole [dharma] della liberazione”), in cui troviamo la sistematizzazione più antica della pratica yogica come strumento di realizzazione del mokṣa.

Una simile prospettiva emerge all’interno del sesto dei 18 libri che compongono il Mahābhārata: qui, collocata all’interno del Bhiṣmaparvan (Il libro di Bhiṣma, uno degli eroi di questa epica), è infatti esposta la celeberrima Bhagavadgītā (Il canto del Beato). Nei suoi 18 capitoli, questa sezione dell’epos ci accompagna in un viaggio che inizia con lo scoramento di Arjuna di fronte al campo di battaglia e finisce con gli insegnamenti di carattere spirituale e morale che l’eroe riceve da Kṛṣṇa (il “Bhagavad” del titolo, il glorioso Signore, il Beato), suo cocchiere.

Proprio nella Bhagavadgītā, dunque, Kṛṣṇa, sceso nel mondo per sconfiggere l’ingiustizia (adharma) e ristabilire il dharma, trasmette i suoi insegnamenti, che vedono l’ottenimento della liberazione tramite lo yoga; Kṛṣṇa stesso, infatti, ci dice che lo yoga “è lo scioglimento dell’unione con la sofferenza” (duḥkhasaṃyogaviyogaṃ yogasaṃjñitam; cap. 6, verso 23).

Il saṃnyāsin, il niṣkāmakarma e gli altri Yoga

Benché in questo testo la figura del rinunciante (saṃnyāsin, colui che abbandona la vita mondana per dedicarsi al raggiungimento della liberazione) sia fondamentale, Kṛṣṇa spiega che persino un rinunciante non deve tralasciare di agire; deve invece imparare ad agire come se non stesse agendo, lasciando che le azioni si compiano senza però sentirsi coinvolto. Qui, dunque, entra in gioco il concetto di niṣkāmakarma, letteralmente l’azione senza desiderio (dei frutti di quell’azione), che delinea in sintesi la dottrina, enunciata da Kṛṣṇa, del karma-yoga, lo yoga dell’azione.

Tuttavia, non è semplicemente sacrificando le proprie azioni che si raggiunge la morte più auspicabile: servono infatti, nella stessa misura, anche il bhakti-yoga, l’amore devozionale o devoto verso Kṛṣṇa, manifestato attraverso la continua concentrazione del proprio pensiero su questa divinità, e lo jñāna-yoga, lo yoga della conoscenza, che si attua meditando e riuscendo a vedere “il proprio Sé dimorare in tutti gli esseri e tutti gli esseri nel proprio Sé” (sarvabhūtastham ātmānaṃ sarvabhūtāni cātmani, cap. 6, verso 29) ossia di vedere ovunque “la stessa cosa” (īkṣate yogayuktātmā sarvatra samadarśanaḥ, cap. 6, verso 29).

Fortuna del Mahābhārata

Questo epos, anche grazie alla costante presenza di enunciati para-filosofici, è diventato, già a partire dal 700 d.C., oggetto di interpretazioni e commenti da parte di alcuni dei più famosi esegeti del pensiero brāhmaṇico in epoca classica, come Śaṅkarācārya (700-750 ca d.C.) ed ha avuto grandissimo successo sia nel sud e sudest asiatico che in vari paesi occidentali, nei quali ha ottenuto grande diffusione proprio grazie alla Bhagavadgītā, che è divenuta ben presto un testo fondamentale per lo studio dello yoga.

Fonti

  • Boccali, Giuliano, Stefano Piano e Saverio Sani. Le letterature dell’India, UTET, 2000.
  • Brockington, John. The Sanskrit Epics. Brill, 1998.
  • Esnoul, Anne-Marie, ed., Bhagavadgītā. 16° ed., Adelphi, 1991.
  • Gnoli, Raniero. Bhagavadgītā: Il canto del beato. Mondadori, 2018.
  • Malinar, Angelika. The Bhagavadgītā: Doctrines and Contexts. Cambridge University Press, 2007.

 

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