Qualsiasi divinità è lecita: la fine delle persecuzioni dei cristiani
Martirio di San Sebastiano
09 Set, 2022

Nel 313 d.C. venne emanato il cosiddetto editto di Milano, un provvedimento voluto dai due imperatori di allora (Costantino e Licinio) che concedeva libertà di culto ai cristiani e poneva fine a una sanguinosa stagione di persecuzioni. Una lettura attenta dei testi che ci informano su quei fatti permette di intuire cosa stesse cambiando e cosa rimaneva immutato nella politica religiosa romana. Gli imperatori mantenevano il controllo sugli affari religiosi (il concetto di libertà di coscienza individuale non si era ancora affacciato) ma sceglievano per la prima volta di non definire quali fossero “gli dei” o “il dio” da venerare. Il riferimento, significativamente, era a “qualunque divinità fosse in cielo”.

Quattro imperatori al comando

Sul finire del III secolo d.C. l’Impero Romano era posto di fronte a sfide epocali: ribellioni e invasioni infiammavano province e confini; l’amministrazione di un territorio così vasto si inceppava di frequente; una grave crisi economica causava una pesante inflazione.

Per far fronte alle difficoltà l’imperatore Diocleziano, per così dire, si sdoppiò, visto che nominò un co-imperatore, Massimiano. Ma i piani di Diocleziano non si fermarono qui: i due imperatori (“Augusti”) adottarono due valenti generali per coinvolgerli nella gestione politica e militare: Galerio (scelto da Diocleziano) e Costanzo (scelto da Massimiano) divennero così i due “Cesari”, i predestinati a divenire imperatori.

Dal 286 d.C. i quattro si spartirono le regioni dell’impero: Diocleziano tenne la parte orientale, Massimiano quella occidentale (Italia, Rezia, Spagna, Africa). Ai Cesari toccarono delle aree più circoscritte: a Galerio l’Illirico, nei Balcani occidentali; la Gallia e la Britannia a Costanzo. Era la tetrarchia, cioè il “comando dei quattro”, uno stratagemma ideato da Diocleziano per garantire stabilità all’impero.

Il palazzo imperiale di Milano   

Pur rimanendo Roma la capitale morale dell’impero, i quattro regnanti fissarono le proprie residenze in altrettante nuove capitali. Massimiano si stabilì a Milano, che divenne capitale dell’impero d’occidente e restò tale fino al 402 d.C. Nella città venne costruito un sontuoso palazzo imperiale, di cui rimangono pochi resti.

Ma chi si trovi oggi ad entrare nella basilica di San Giorgio al Palazzo, in via Torino, si imbatte nella seguente epigrafe: “Questa insigne basilica, sorta nell’ambito del palazzo imperiale romano, conserva e tramanda nei secoli la memoria del famoso Editto di Milano con il quale Costantino e Licinio, nell’anno 313, riconobbero ai cristiani il diritto di professare liberamente la fede, esempio al mondo di libertà religiosa".

In effetti proprio tra le mura del palazzo imperiale di Milano si presero decisioni di importanza capitale per la storia del cristianesimo. Ma, come si nota leggendo la lapide, a Milano nel 313 d.C. non era più il tempo di Massimiano: a siglare l’accordo furono Licinio e Costantino. Cosa era accaduto?

L’ascesa di Costantino

Uno degli scopi della tetrarchia era di prevenire le lotte per la successione. I due Augusti dovevano abdicare ai due Cesari, che a loro volta, divenuti Augusti, dovevano designare due nuovi Cesari. Fu così che nel 305 d.C. Diocleziano e Massimiano abdicarono e i due neo-imperatori Costanzo e Galerio designarono i rispettivi Cesari. Per Costanzo la scelta cadde su Severo, tuttavia quando appena un anno più tardi, nel 306 d.C., lo stesso Costanzo morì, la tetrarchia andò in crisi: le legioni d’occidente, infatti, si opposero alla successione di Severo e al contrario acclamarono imperatore Costantino, figlio di Costanzo. Fu solo l’intervento di Galerio a trovare un compromesso: Severo restò Augusto, mentre Costantino divenne Cesare. Era solo l’inizio di un periodo di lotte feroci, segno del fallimento completo della tetrarchia.

Senza entrare nei dettagli degli scontri intricati di quegli anni, ci basta qui ricordare che Costantino venne nominato Augusto d’occidente nel 307 d.C. nella sede imperiale di Treviri, nell’attuale Germania. Ad oriente invece venne designato Augusto nel 308 d.C. Licinio, uomo fidato di Galerio. Quindi nel 313 d.C., a Milano, si incontrarono i due Augusti dell’impero. Negli anni successivi, la tetrarchia divenne una diarchia, con i soli due Augusti Costantino e Licinio; fu così fino al 324 d.C., quando il potere ritornò nelle mani di un solo imperatore, Costantino.

L’incontro a Milano nel 313 d.C.

Di cosa discussero Licinio e Costantino nel palazzo imperiale di Milano? Senz’altro dovettero affrontare questioni militari (Licinio allora lottava in Oriente per mantenere il suo status di Augusto) ma la tradizione ricorda quell’evento soprattutto per un altro fattore: a Milano sarebbe stato deciso l’editto che concedeva la libertà di culto ai cristiani dopo una fase di violente persecuzioni. In effetti il decennio precedente era stato segnato da una feroce caccia ai cristiani, promossa a partire dal 303 d.C. dall’allora imperatore Diocleziano.

In realtà dell’editto di Milano non c’è traccia e non è certo che quel documento sia realmente esistito. Abbiamo due autori che ci informano sull’accaduto, entrambi contemporanei agli eventi: Eusebio di Cesarea, consigliere di Costantino e autore di una Historia Ecclesiastica, e Lattanzio, retore latino di fede cristiana, che tocca l’argomento nel suo De mortibus persecutorum. I nostri due testimoni non citano alcun editto ma solo due notifiche imperiali (“rescritti”) che Licinio inviò nel medesimo 313 d.C. ai governatori di due distretti orientali.

A parte l’esistenza o meno dell’editto, la lettura dei due autori è molto interessante perché tra le righe dei loro testi sembra di scorgere un cambiamento di paradigma religioso introdotto da Costantino proprio a Milano.

Religione e politica nella cultura romana

Ogni imperatore romano – incluso Costantino – ricopriva la suprema carica religiosa di “pontefice massimo” (pontifex maximus), che gli permetteva di sorvegliare riti e culti. La coincidenza di potere politico e religioso non deve essere confusa con un generico assolutismo, cioè con il semplice accentramento di tutte le prerogative in una sola persona. Da sempre a Roma la politica si era occupata direttamente della religione, per un fatto semplice: lo stato doveva assicurarsi che le divinità venissero onorate nel modo giusto e senza impedimenti, affinché gli stessi dei donassero prosperità alla città. Era questa la cosiddetta “pace con gli dei” (pax deorum).     

Tale concezione religiosa si scontrò nel corso dell’espansione romana con il problema delle divinità dei popoli sconfitti. Come bisognava comportarsi con gli dei di questi popoli? La risposta fu trovata nel sincretismo, cioè nella mescolanza e nella fusione delle figure divine, per cui si riconobbe che gli dei stranieri coincidevano sostanzialmente con i propri e potevano essere integrati nel culto pubblico.

I cristiani e la religione romana

Rispetto ad altre credenze, quella cristiana si inserì con difficoltà nella religione controllata dallo stato che abbiamo appena richiamato. Già nel 35 d.C. il senato emanò una delibera che dichiarava “illecito” il cristianesimo (non licet esse christianos). Il problema, rispetto ad altri culti, era che i cristiani negavano l’esistenza degli dei pagani e si rifiutavano di partecipare ai riti in onore di questi ultimi. Si trattava dunque, nell’ottica della pax deorum, di un danno potenziale agli dei tradizionali, che poteva a sua volta tradursi in sciagure per la collettività.

La delibera del 35 d.C. costituì il presupposto giuridico per tutte successive persecuzioni anticristiane. Fu solo nel 260 d.C. che l’imperatore Gallieno emanò il primo editto della storia in cui si abrogava la norma voluta dal senato (ce ne informa Eusebio di Cesarea). Tuttavia neanche questa abrogazione impedì nuove fasi di persecuzioni, come quella ad opera di Diocleziano.

Ad ogni modo già prima di Costantino si intravedono dei tentativi di fermare la furia contro i cristiani. Oltre all’intervento di Gallieno, vi fu soprattutto un editto di tolleranza, emanato nel 311 d.C. (due anni prima di quello di Milano) da parte dell’imperatore Galerio, che mirava a spegnere la violenza lasciata dalle politiche di Diocleziano.

Costantino pontefice massimo

Dunque Costantino non fu il primo a concedere libertà di culto ai cristiani. Il suo intervento fu causato probabilmente dal fatto che in oriente l’editto di Galerio non aveva avuto piena attuazione. Ad ogni modo, leggendo attentamente le fonti che ci informano sul suo intervento, è possibile cogliere un importante cambiamento nella politica religiosa dell’imperatore.

Prima però di cogliere la novità di Costantino, bisogna chiarire che l’imperatore non rivoluzionò affatto il rapporto tradizionale tra politica e religione. Egli non si rifiutò infatti di ricoprire la suprema carica religiosa romana, ovvero quella di pontifex maximus. Chi immaginasse che con Costantino si sia aperta l’era della “libertà di coscienza”, di modo che ciascuno potesse decidere liberamente le proprie divinità, sarebbe decisamente fuori strada. La religione rimaneva affare di stato. Tuttavia si può intravvedere un cambiamento di paradigma nelle scelte dell’imperatore.

La novità di Costantino

La novità di Costantino e Licinio si trova nelle pieghe linguistiche dei testi che possiamo leggere: nel rescritto riportato da Lattanzio, infatti, colpisce la formulazione con cui i due imperatori, motivando la loro concessione ai cristiani, si riferiscono alla divinità. Non utilizzano infatti né il termine dei, plurale, tipico del politeismo pagano, né il singolare deus, con cui forse avrebbero preso esplicitamente posizione per i cristiani. L’espressione utilizzata, “la divinità che risiede in cielo, qualunque essa sia” (quicquid divinitatis <est> in sede caelesti), è sufficientemente generica e astratta da non coincidere con nessuna rappresentazione storica. Essa peraltro è molto simile a quella che usò il Senato nel 315 d.C. nell’iscrizione apposta a Roma proprio sull’Arco Trionfale per Costantino (tuttora visibile), laddove si diceva che le vittorie militari dell’imperatore avevano tratto ispirazione da una divinità non meglio identificata (instinctu divinitatis). Costantino quindi, a questa data, rinunciò a definire l’identità della divinità.

Se si confronta il testo di Costantino con quello di Galerio, balza agli occhi la esplicita menzione da parte di quest’ultimo della chiara diversità tra gli dei tradizionali dell’impero e il dio dei cristiani, proprio perché questi non tributavano più il giusto onore dovuto ai primi. La grande novità del cosiddetto editto di Milano, quindi, sarebbe che l’imperatore, mentre considerava ancora tra le sue prerogative quella di occuparsi degli affari religiosi, rinunciava a identificare il contenuto della divinità, e, quindi, fondava la concessione della libertà di culto su questa sua autolimitazione e non invece sulla libertà di coscienza individuale. Ciò è ancor più evidente nel confronto con l’editto di Galerio, che motivava il suo provvedimento, in maniera tradizionale, come una concessione dovuta esclusivamente alla sua clemenza (contemplatione mitissimae nostrae clementiae).

Bibliografia

  • Lactantius, De Mortibus persecutorum, edited and translated by J.L.Creed, Oxford, Clarendon Press, 1984.
  • R.A.B. Mynors, XII Panegyrici Latini, Oxford, Clarendon Press, 1964
  • Corpus Inscriptionum Latinarum, Berolini 1863- , vol VI.
  • A. Marcone, Il mondo tardoantico. Antologia delle fonti, Carocci, 2000, pp. 19-30.
  • M. Sordi, I cristiani e l’impero romano, Jaca Book, n.e. riv. e aggiornata 2004, pp. 171-183.
  • M. Sordi, Pax deorum e libertà religiosa nella storia di Roma, CISA, XI, 1985, pp. 146ss.

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